Gli ulivi, la luce lunare, muretti di sassi e tufi...
Il silenzio abita le tele di Enzo Morelli. Un silenzio che dilata
la metafora alla quale pare rinviino i toni crepuscolari nella eclatante contrapposizione
dei totali sconfinati e delle nature morte prive di fondali.
Scrive Raffaele Nigro: "Ho imparato a conoscere la sua poetica attraverso
l'esaltazione dell'ulivo, monumento all'antichità della civiltà mediterranea,
l'ulivo fatto creatura umana. Di fronte ai tronchi ritorti come sculture di una
natura innammorata della bellezza e della ciclopicità, si pensa alle storie raccontate
da Ovidio, i travasi della carne e dello spirito negli umori del legno, delle foglie,
delle radici. Già gli ulivi vivevano nel recinto della tela un'esistenza
solitaria, individuati da luci metafisiche contro fondali notturni. E la
stessa condizione sorprende i tronchi, le radici, i fiori di barbadibecco,
i cardi, i rami secchi di quercia, i pali, nella attuale stagione creativa.
Una luce lunare, una luce fatta di mistero e di solitudine si stende sul
puntiglioso iperrealismo di queste opere. La luce di un faro, quella
proiettata da un'auto che si è fermata a fari accesi nella notte di fronte
ai detriti del torrente ruba al buio le sue creature, le sorprende nel sonno,
nel viaggio intrapreso verso l'estremo. I fondali sono macchie di buio pesto,
come per dire degli oggetti che affiorano o rotolano verso la cecità totale
dell'infinito o verso un silenzio senza tempo. E' lo stesso viaggio che compie
il fiume nelle opere di contrapposta luminosità. Qui le atmosfere sono sospese
e i colori hanno i mezzi toni dell'alba o del tramonto invernale, la luce
sbiancante e ovattata. L'occhio si perde tra gli acquitrini dopo aver superato
lo sbarramento delle cataste di pali, i ceppi abbandonati. Il delta, la foce
di un fiume, una ceppaia scavata, un fiore o un ramo secco sono metafore di
tutto ciò che è giunto al limitare, metafore della vita, dello stato
attuale della natura, del tramonto della semplicità e della civiltà
delle campagne. La poesia dei colori li raffigura in un malinconico e infinito
soliloquio. Tuttavia, appoggiati ai tronchi senza vita, o appena sporgenti
dalle erbacee, baluginano i colori pastello dei germogli. Alla vita che si
consuma la natura offre la consolazione di una nuova vita, della vita che si
rinnova. Ma è la natura a rinnovarsi, mentre si consumano senza rimedio
le sorti degli individui".
Ed Umberto Pasini aggiunge:"Se gli ulivi, per Enzo Morelli, sono l'intrico manifesto di un pensare
nascosto, emanazione fatta, nodi e ruvidità di scorza di una profondità interiore sofferta e taciuta e pure l'esplosione dell'anelito
al cielo attraverso tronchi, rami e foglie quasi braccia tese alla verticalità più sublime, solo i sassi, dove le radici si abbarbicano,
avari di linfa ma grembo maturo, la nuova rappresentazione dolorosa della sua terra dura ma che soprattutto è madre. Ed è questa terra
di Puglia così uniforme e diversa, piatta ed essenziale, che Morelli raffigura e propone a chi, come me, distante da quegli orizzonti
lontani e perimetrato tra le nebbie e le paludi della Padania ferrarese, riesce tuttavia subito a leggere e ad intuire il legame intimo
del pittore con la natura e soprattutto quel suo dialogo struggente con essa: ed il rapporto che ne deriva è soltanto d'amore coi gesti
intimi di dono e appropriazione, abbandono, gelosia, ritorni, riconquista, delirio.
Perché nelle tele di Morelli c'è, con l'amore, l'odio o meglio un rifiuto istintivo non voluto per una terra cruda ed assetata ma
subito perdonata perché buona, amante, sposa e madre. Sono così i sassi più - o meglio prima - degli ulivi i lineamenti essenziali
della Puglia, il volto, il corpo, le forme da concupire nella loro spontanea nudità e per quella verginità selvaggia e conquidente
che sa i fremiti e concede i brividi dell'estasi. Scrive, per gli ulivi di Morelli, Leonardo Mancino che "il vento ... muove le poche foglie e
... si schiaccia contro il giallo del muro della casa rivoltando i sassi": e mi sembra la sua voce, che impreca, un grido a lungo represso del pittore
stesso il quale chiede alle pietre di aprire le bocche per rispondere al suo lamento e dispiegare un canto in sintonia di metamorfosi, quando - per
miracolo - il sasso diventa ulivo e così la terra si sgretola per rivelare l'anima. Si fa l'habitat naturale un tutt'uno con chi esso include non più prigioniero
ma embrione, vivo in un alveo che lo fa nascere giorno per giorno elargendogli sangue e sembianze. Uscito dal ventre, egli vi rimane tuttavia legato per dare la vita
a chi gliel'ha donata con una gestazione che generazioni e ulivi e sassi hanno preparato perché l'evento ancora una volta fosse degno di quella Terra.
"La pietra è una fronte dove i sogni gemono/ senza aver acqua curva né cipressi ghiacciati./ La pietra è una spalla per portare il tempo/ con alberi di lacrime
e nastri e pianeti". Scriveva Lorca nel suo famoso "Llanto" ed alludeva alla tomba dove Ignacio, il campione da celebrare, non aveva più voce ed
ogni illusione gli era ormai vana, perché la pietra, fonte di vita, né è pure termine: dalla terra alla terra dopo un breve spazio di "fremiti di ulivi", i quali
in Montale sono condiscendenza della natura, cornice all'essere che diviene e poi ghirlande di morte. E Morelli in questo non si illude e non ci illude: i suoi sassi hanno la maestà sepolcrale del Mistero,
la sacralità dell'ignoto e sono porte serrate sull'infinito che tuttavia, dietro, si spalanca e c'è. Ma intanto popolano i suoi giorni, proiezione dell'essere, ectoplasmi informi
del dolore che nella pietra carsica, cantata da Ungaretti, è sinonimo ("così fredda, così dura, così prosciugata, così refrattaria, così totalmente disanimata") del
"pianto che non si vede": e, se il poeta del "Porto sepolto" sa che "la morte si sconta vivendo", Morelli, i suoi giorni di pittore, li sconta abbarbicato come un ulivo ai sassi scabri della sua Puglia.
Giorni come pietre da ripercorrere solo con la memoria o date che si sfogliano nel calendario del passato: il tempo - che è l'oggi o forse già il domani -
dura solo come entità di coscienza. La patina impercettibile, che qua e là smussando la ronchiosità del sasso ne esalta tuttavia le ruvidità, è la tristezza di questi suoi giorni troppo
uguali che vanno in un flusso il quale pare gli eviti le cose per sospenderle, impalpabili, in una trama quale fragile figurazione che avviluppa l'universo e da esso poi ne sia subito cinto e rinchiuso. Corporee apparenze -
ora eterei fantasmi, ora carnalità essenizali - a proporre nella loro metamorfica molteplicità che "esiste al di fuori delle apparenze sensibili - o al di dentro - una forza misteriosa e cosmica che tutto avvolge, compenetra in una unità spirituale,
mistica e soprannaturale"(P.Vanelli) Questi sassi sono per tanto la voce di un Uomo che sa dare un volto pure al silenzio il quale, più di tutti, è voce, e quando si sagoma - definito da spatole, pennello e colori - lo intuisci gemito, carezza, urlo, meditazione, palpito, musica... le tele di Morelli sono lo spartito di una sinfonia sublime:
gli accordi li legge sul pentagramma del cuore, il tema è largo come l'orizzonte che conosce il mare, e sono i sassi le note - sincopate o a trillo - copiate dal volto amato della sua madre Terra.