Massimo Palumbo: Il nostro lavoro ci induce alla ricerca di sinergie
possibili tra Arte e Architettura. Noi de "La Casa di Pietra" ci stiamo
impegnando su questo fronte. Lei, prof Staccioli, cosa ne pensa?
Mauro Staccioli: La realtà non è questa ma è importante
tentare. Condivido, quindi, pienamente questa vostra inten-zione. Io stesso
mi pongo ormai da venticinque anni il problema di una scultura - ma è
proprio una scultura ?! - in grado di agire nel luogo e per il luogo...
I miei punti di riferimento sono, da sempre: l'architettura, con i suoi
profili, i suoi spazi e le sue morfologie, e i luoghi urbani o naturali,
quali i parchi, i boschi, i fiumi e i laghi. Ho da sempre lavorato tentando
di costruire un segno plastico, di produrre una forma di interazione tra
il mio lavoro ed il suo spa-zio. Già a Volterra, nella mostra di
intervento urbano del 1972, il mio referente è stato la città:
la piazza dei Priori, la porta e le mura etrusche sono stati gli elementi
significativi dell'intervento. Senza la forte interazione tra segno e luogo,
che c'era e che naturalmente permane, quale centro significante del lavoro,
la scultura non avrebbe nessun senso, nessun senso in quella forma. Quest'ultima,
dunque, è l'esito finale del dialogo instauratosi tra un 'idea e
quel luogo.
Massimo Palumbo: Molto spesso I 'Architettura che ci circonda è
senza carattere, così come i quartieri di nuova espansione. Gli
Artisti possono stimolare gli Architetti?
Mauro Staccioli: È una possibilità. Tuttavia non
è soltanto con l'aiuto dell'arte che l'architettura può "migliorare
Lavoro da molto "entrando nelle città" e non solo nelle gallerie
d'arte.Questo "entrare nelle città" richiede una diversa organizzazione
mentale. Non è facile considerare la città quale luogo del
pensiero creativo, cioè lavorare pen-sando ad un possibile effetto
attivo del prodotto scultura nel territorio. Risulta facile, invece, spostare
in qualche piaz-za, magari anche ingrandendone le dimensioni, sculture
pensate per se stessi, a prescindere dal contesto nel quale saranno collocate.
È quanto accadeva già nei secondi anni '70 e che oggi sta
diventando una moda; forse da attri-buirsi alle difficoltà del mercato
e ad una crisi di idee che riconduce tutto a gesti formali senza sostanza,
come gli spots pubblicitari.
Personalmente ritengo che il pensiero costituisca il motivo del fare,
che sovraintende al lavoro dell'arte, la quale a sua volta deve essere
in grado di cambiare, di essere un segno e insieme un impegno. Occorrono,
per questo, condi-zioni culturali e sociali mature, in grado di accogliere
un segno nuovo. L'arte e l'architettura non sono fuori dal mondo, isolate,
e non possono quindi reinventarsi se non esiste un humus adatto, in grado
di accogliere qualsivoglia spinta innovativa. Ciò non toglie, tuttavia,
che possiamo contribuire, insieme architetti, scultori e pittori, ad orientare
l'andamento delle cose.
Massimo Palumbo: Pensa che si riuscirà a far parlare di nuovo
Architetti e Artisti? Una volta gli Architetti erano Artisti e gli Artisti
erano Architetti. Lei cosa ne pensa del rapporto Arte Architettura?
Mauro Staccioli : L'architettura che più mi affascina è
quella di derivazione funzionale: gli edifici industrial4 le auto-strade...
In questi casi la forma è il risultato di una funzione e l'estetica
non prevale, quindfl sulla ragione d'essere dell'edificio. Non amo il gioco,
pure alto, degli stili... Trovo allarmante il fatto che la nostra società
sia dominata da un così forte bisogno di forma-apparenza. È
auspicabile, quindi, un rapporto tra le discipline, ma a partire da una
complessiva ridefinizione del 'immagine della modernità. È
una questione molto più ampia, quindi, la necessità di ricostruire
un disegno creativo globale, con scopi che vadano oltre la semplice quotidianità
e che coinvolga certo gli
artisti, ma anche i divervi soggetti appartenenti al mondo della tecnologia
avanzata e della pro gettualità economica ed imprenditoriale.
Massimo Palumbo: In un 'intervista Lei ha affermato, a proposito dei
suoi lavor4 che "Quando segno e luogo intera-giscono, I 'opera funziona".
Le chiediamo se vale sempre quanto sopra detto. Ha mai pensato di intervenire
in una periferia degradata?
Mauro Staccioli: Si, sono convinto che la scultura contemporanea abbia
questo grande campo aperto nel quale può ritrovare un serio motivo
di essere e dì avere significato e valore. Parlo della caratterizzazione
dei luoghi. Ho pensato molto spesso, in particolare, alle periferie ma
non ho mai avuto l½pportunità di realizzare lavori che non
avessero insita un 'azione demagogica, che non condividevo. Ho lavorato,
invece, in aperta campagna, piccoli centri, montagna, presso fiumi e laghi,
realizzando progetti in grado di esprimere chiare indicazioni di "possibilità
altre", rispetto a quelle ricorrenti nei centri storici qualificati, nelle
aree espositive protette delle gallerie private e dei musei, dove peraltro
ho esposto e continuo ad esporre. Sono certamente, anche questi contesti
fondamentali per gli scambi di informazione, ma inadeguati per dare evidenza
e spazio a queste possibilità.
Massimo Palumbo : I suoi lavori esprimono l'idea di "precarietà",
e di un "equilibrio sospeso". Ci può raccontare una delle sue ultime
realizzazioni?
Mauro Staccioli : L'equilibrio sospeso è un interrogativo: un
segno organizzato e modellato tenendo conto degli equi-libri plastici di
ordine formale. Si tratta di un segno costruito "ascoltando" i suggerimenti
e le voci del luogo. Ne deriva che segno e luogo sono la scultura. L'altimo
mio lavoro, così inteso, l'ho costruito al parco TOURNAY-SOLVAY
di Bruxelles. Una "idea costruita", una grande forma triangolare che vive
di un rapporto forte con un grande albero, un acero rosso. E la relazione
attiva che si instaura fra due element4 cioè il segno, "1 'idea
costruita", appunto, e la forma naturale, a modellare la scultura e a determinarne
il senso
