Dall'annuale rapporto della Federlazio: vanno bene edilizia e chimica
Un'economia a luci e ombre
Stabili i consumi e gli ordinativi ma continua l'emorragia di forza lavoro
Nel suo freddo linguaggio economicistico, fatto di numeri e di termini a cui il comune lettore è poco avvezzo, l'indagine condotta dalla Federazione delle piccole e medie imprese del Lazio, che rappresentano l'ossatura dell'economia locale, relativa ai primi sei mesi dell'anno appena trascorso non lascia molto spazio all'ottimismo: sostanzialmente ci troviamo ancora in quella che gli esperti del settore chiamano "stagnazione", che non ` certo recessione ma neanche una ripresa dell'attività economica.
Il rapporto dedica una menzione a parte all'andamento del mercato interno, a quello del lavoro e al comparto industriale; nel primo caso, dalle dichiarazione raccolte tra i singoli operatori, sembra essersi arrestato il crollo degli ordini, che rimangono sui livelli dell'anno precedente, anche se sono giudicati insoddisfacenti dalla metà circa degli intervistati. In molti casi infatti, i ritmi produttivi sono ancora al di sotto della media di utilizzazione degli impianti (pari al 68%), ed anche se qualcuno ha provveduto a rifornirsi di materie prime e semilavorati, rimane ancora un 10% di imprese che hanno dichiarato di detenere scorte superiori al normale.
Tutto cio' induce gli imprenditori a ritenere che con ogni probabilità l'anno si chiude con un andamento stabile degli ordinativi (55%), mentre per un altro 15% si prevede un aumento: i più ottimisti sembrano gli operatori del comparto del legno, della chimica e dell'edilizia, quest'ultima trainata dalla ripresa dei lavori per il Giubileo e dai progetti di manutenzione ordinaria (stradale, monumentale, scolastica) avviata dal Comune di Roma.
Da segnalare anche una certa sfiducia nella macchina amministrativa, accusata di poca chiarezza nei contratti e nelle procedure e debole capacità di reale controllo e verifica, per cui "permane una incertezza di fondo che non stimola investimenti espansivi, né tantomeno programmi a medio-lungo termine, rendendo asfittica la vita economica regionale".
Cinque anni di dura recessione, terminata solo nel 1996, si sono fatti sentire pesantemente sul sistema industriale del Lazio: secondo le rilevazioni dell'Osservatorio InfoCamere, quell'anno hanno cessato l'attività circa 3.000 imprese manifatturiere della regione mentre si sono iscritte ai registri camerali poco più di 2.200 aziende. Sono quelle a carattere individuale ad avere il più alto tasso di mortalità, perché scontano maggiori difficoltà di inserimento e consolidamento sul mercato; anche se, a conti fatti, il bilancio non è più roseo per le società di capitali e di persone.
Il 1996 si è chiuso quindi per il Lazio con una variazione negativa dello 0,6% del valore aggiunto dell'industria, cioé il doppio di quella registrata per l'Italia, con pesanti ripercussioni sull'occupazione e sugli impieghi bancari, diminuiti del 2,2% tra dicembre 1996 e dicembre 1995, in base ai dati della Banca d'Italia; cosa che ha reso anche più oneroso l'accesso al credito per le piccole e medie imprese: secondo i dati della Centrale dei Rischi infatti, il tasso di interesse è circa un punto in più rispetto al valore medio nazionale.
Ancora più negativa è, se vogliamo, la situazione del mercato del lavoro: l'ISTAT conferma un dato a tutti ormai noto con l'aggravante pero' che alla perdita di 13mila occupati dell'industria nel corso del 1996 si è aggiunta nei primi mesi del 1997 un'ulteriore riduzione della manodopera occupata (-7,8% in termini di variazione annua, pari a -30mila unità). Non stupisce quindi che siano poche le imprese che aumentano le ore lavorate, mentre per un terzo di loro c'è stata addirittura una diminuzione nell'impiego del lavoro e le aspettative per il breve termine non sono affatto rosee: se i livelli occupazionali sono previsti stabili al 61% della forza lavoro attiva, solo un modesto 17% delle aziende intende provvedere a nuove assunzioni, per lo più imprese operanti nel settore del legno, dei servizi alla produzione e dell'informatica, mentre un altro 22% ha indicato un orientamento alla diminuzione dei dipendenti.