I Savi di Sion
Il feticismo del libro di carta. Alla faccia del Liber Liber o del Progetto Manuzio. Una consuetudine che parte da lontano: dal vicino oriente antico. Cronaca di una mania



Chi di noi non ha mai acquistato libri on line da Amazon.com con la carta di credito di amici o parenti? Chi non ha applaudito iniziative come il Liber Liber o il progetto Manuzio? Eppure, confessiamolo almeno a noi stessi, la libreria - la botteguccia artigianale, accanto al pizzicagnolo - continua ad attirarci. E non ce ne frega niente se Internet ci offre la possibilità di avere aggratise i file testo dei classici. A noi piacciono i libri. Quelli veri. Quelli di carta. Da sfogliare. Magari intonsi, con le pagine da tagliare col tagliacarte. Magari con la copertina rigida di cartone, la carta d'epoca 140 g/mq. Insomma. Confessiamolo. Per noi il libro è un feticcio.
Tra i numerosi paradossi dell'ebraismo il più strano è rimasto, sembra, quello della scrittura. Israele è il popolo della Bibbia, ha dato all'umanità il Libro dei Libri, l'ha fecondato con il suo spirito come nessun popolo ha mai fatto per nessun libro. Israele lo "medita giorno e notte", ci si è interamente dedicata, identificata. Così si è conquistata il titolo di Popolo del Libro. Ma il suo interesse non è rivolto solo verso la Bibbia. L'ebreo ha dato prova del suo attaccamento al libro in quanto tale, al libro degno di questo nome, che riconforta nella sofferenza ed eleva lo spirito nella letizia. Secondo la Tradizione, già al tempo della schiavitù d'Egitto gli Israeliti avevano consacrato il giorno del Sabato alla lettura. E in tutta la storia ebraica è sempre stato così. Questo attaccamento indescrivibile al libro è stato illustrato drammaticamente dalla sorte che gli è stata riservata dai nemici di Israele. In terra di Israele, alcuni saggi sono bruciati vivi dai Romani, avvolti nei Rotoli della Torà. Nel Tempio di Gerusalemme gli invasori cominciano col profanare i Rotoli. Nel Medio Evo, nei tempi moderni, a più riprese, sono bruciati i libri ebraici. Quando si scatenano le onde devastatrici, gli ebrei prima di tutto aspirano a mettere in salvo i loro libri "santi", che portano con sè, nella fuga, anteponendoli a qualsiasi oggetto prezioso. Nei periodi di tregua e di ricostruzione si preoccupano anzitutto di ripubblicare i libri distrutti e di pubblicarne di nuovi.
L'amore che l'ebreo porta al libro non è dunque un semplice capriccio di bibliofilo, ma è profondamente radicato nel suo animo. Ha natura religiosa e si unisce alla riconoscenza nei con- fronti del creatore di un'opera letteraria; poichè lo spirito santo che emana dall'opera lo aiuta a realizzare la sua santità. Ma è soprattutto riconoscente a Colui che ha donato all'uomo il sapere. Nella sua opera intitolata Sefer chasidìm ("Libro dei pii") Rabbì Yehudà he-Chasìd rivolge ai figli e ai discepoli la seguente raccomandazione : "Se cade una goccia di inchiostro, contemporaneamente, sul tuo libro e sul tuo abito, pulisci subito il libro e solo poi l'abito". E soggiunge: "Se lasci cadere dell'oro e dei libri, , raccogli prima i libri e poi l'oro"
Un'usanza religosa, di cui sembra dimostrata l'antichità e che è mantenuta, devotamente, presso le comunità ebraiche sparse nel mondo, vuole che si raccolgano i frammenti dei libri logori, che li si riunisca in un luogo preciso della sinagoga e, quando ce ne sia un discreto numero, li si seppellisca al cimitero. Una cerimonia particolare contrassegna questa singolare sepoltura, che porta il nome di gbenizà (nascondiglio). I frammenti riuniti sono chia- mati sbemòtb, "nomi". Si suppone, infatti, che portino i Nomi di Dio (La Torah, affermano i kabbalisti, è solo un'associazione di Nomi divini) - E' proibito lasciar cadere questi Nomi o calpestarli, anche involontariamente. Questo rispetto per i libri non deve, però, essere preso per un culto delle reliquie o del materiale che serve alle cerimonie religio- se. L'uomo vivo, creatore, gode, infatti, di un rispetto più grande che il libro. Quest'ultimo è solo uno strumento, uno strumento nobile, è vero, di elevazione spirituale, messo al servizio della vita. Per mezzo dello studio e della pratica della Torà il talmìd cbak- bàm diventa egli stesso un Sefer Torà, un vivente "libro della Torà".
Sono oggetto di prescrizioni particolari i Rotoli della Torà chiamati Sifrè Torà, che si leggono nella Sinagoga e contengono i cinque libri di Mosè. l loro resti sono sepolti vicino alla tomba di un "maestro della Torà", di un Talmìd cbakbàms. Per coscienza religiosa, per rispetto alla vita, lsraele respinge il libro, in quanto contenga solo la lettera scritta, morta. Ecco dove si trova il paradosso della lettera scritta come della lettera orale : quanto vivifica quando è "pura" e "buona", tanto uccide quando è "impura", "cattiva". Se l'ebreo onora la Sacra Scrittura, lo fa perche vi ravvisa il messaggio vivente di Dio. La forma scritta è unicamente esteriore, benché ogni lettera prenda un significato simbolico. Ognuna di esse contiene delle forze che aspettano unicamente la loro liberazione da parte dell'uomo. Il "testo scritto" è reso "sacro" dalla santità che gli ha reso il copista, sofèr al momento della trascrizione. Questo testo si rivolge al lettore per dirgli: "Scrutami, interpretami". Con tale invito risveglia nell'uomo il desiderio, il bisogno di conoscere. A questo pnto il lettore si impegna a coltivare, a "onorare" la Torah. Il lettore attento cercherà, nella misura delle sue capacità, di estrarre le forze che animano le lettere al suo avvicinarsi ad esse.